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06/03/2021

Inserito da Antonio Calabrese | 0 commenti
Le chiusure prolungate dei negozi abituano ancor più clienti ad altre modalità di acquisto. Le Confcommercio di Chieti e Pescara lanciano l’allarme rosso e chiedono ristori immediati per la categoria

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Le chiusure prolungate dei negozi abituano ancor più clienti ad altre modalità di acquisto con un trend che rischia di diventare irreversibile. Le Confcommercio dell’area metropolitana di Chieti e Pescara lanciano l’allarme rosso e chiedono ristori immediati per la categoria.

Una contrazione degli affari nel settore moda che tocca, rispettivamente, l’80% ed il 50% nei primi due mesi dell’anno, specie nei Comuni che insistono nella vasta area metropolitana di Chieti e Pescara. E’ il dato drammatico fornito dalla Federazione Moda Italia di Confcommercio che fotografa una situazione difficile a livello nazionale, a causa della prolungata pandemia del Covid 19. A livello locale le cose vanno addirittura peggio a causa delle chiusure disciplinate nel primo scorcio del 2021 che hanno imposto un repentino stop anche alla stagione dei saldi. Basti pensare che nei primi due mesi del 2021, secondo Federmoda Confcommercio, a livello nazionale il comparto dell’abbigliamento, delle calzature, delle pelletterie e degli accessori ha subito una contrazione del 41,1% a gennaio e del 23,3% a febbraio, mentre in Abruzzo si registra un calo raddoppiato a causa della zona rossa istituita nell’area metropolitana Chieti-Pescara per il mese di febbraio con le chiusure confermate anche per le prime due settimane di marzo. “Il 2020- spiegano Marisa Tiberio e Riccardo Padovano, presidenti, rispettivamente, delle Confcommercio di Chieti e Pescara- è stato un anno difficile per il retail nazionale e abruzzese e le prospettive per il primo trimestre sono catastrofiche. Queste ulteriori chiusure, senz’altro necessarie per la tutela della salute pubblica, considerata la pressione sugli ospedali abruzzesi e in particolare sui nosocomi di Chieti e Pescara, stanno tuttavia creando una forte frustrazione, che si fa strada tra gli imprenditori del retail che stanno pagando un prezzo altissimo per le ulteriori pesanti restrizioni con l’angoscia di non poter sopravvivere all’emergenza economica.” Restrizioni che vengono avvertite come un’ingiustizia dal momento che la categoria rispetta elevati standard di sicurezza mentre, ad esempio, i supermercati sono spesso stracolmi di clienti non riuscendo a garantire sempre un adeguato distanziamento tra le persone. Al danno, poi, si aggiunge la beffa: non ci sono stati ristori per le chiusure di dicembre, di gennaio, né per quelle di febbraio, di ben due settimane, e delle prime due settimane di marzo. Di conseguenza gli affitti rimangono in sospeso, così come le utenze, le tasse, i magazzini pieni di merce e i fornitori da pagare. Resta indispensabile, secondo Federmoda Confcommercio, un contributo sulle eccedenze di magazzino, sottoforma di credito di imposta del 30% delle rimanenze, come pure è indifferibile anche un intervento sull’abbattimento del costo dei canoni di locazione. Anche il presidente Sangalli sottolinea come “ancora una volta abbiano prevalso le ragioni dell’urgenza” in merito al Dpcm del Premier Draghi e che “non si dovrebbero continuare a penalizzare e discriminare alcune tipologie di impresa che continuano a pagare un prezzo insostenibile per le limitazioni di apertura e per i lockdown”. Questa la proposta dei presidenti di Confcommercio area metropolitana Chieti e Pescara: “Chiediamo per le nostre imprese della moda un effettivo risarcimento, quindi un correttivo rispetto ai ristori che sono stati erogati ad aprile e se la situazione sanitaria non dovesse migliorare a breve, tanto da prevedere altre chiusure chiediamo al Presidente Marsilio- affermano Tiberio e Padovano- che si faccia carico di proporre ai referenti del Governo soluzioni alternative a quelle finora applicate, come la previsione di riaperture con alternanza anti/post meridiana o anche a giorni alterni, perché è evidente che dopo un anno tutte le attività sono diventate essenziali e che la modalità dei codici Ateco non ha funzionato. Le nostre imprese rischiano di fallire con migliaia di famiglie sul lastrico”.

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